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Nonna, ci siamo annoiati, // andiamo a contar le stelle. // E via tra viottoli e sentieri // misteriosi e bui // tra gli spazi aperti // andammo // laggiù…verso la macchia // degli ulivi // che stormivano al vento // leggeri... di L. G. PAOLUCCI
Pane ed olio nel frantoio di ‘Cinquelibbri di Antonio Raimondi “Portano ancora // il rimpianto // gli ulivi // per lo scarso riparo // al figlio del padre dei cieli //Argentei // come i tuoi segni del tempo // ai capelli di seta // riflettono le foglie // i raggi rubati // tra scaglie di nuvole // in quest`autunno maldestro // che prepara maligno // al precario le vite // Scivolosi i rami // scoraggiano ogni animale // per appigli di sosta // mostrano un`anima // in un unica faccia // ai fatti di vita // che offrono lettura // di pagine bianche // Sono fiori di cuori // che hanno chiuso le porte // e gettato le chiavi // ma per dovere donano frutto // Amore // questa è la pianta // che assistette all`ultimo bacio // nel tuo bisbiglio // del laconico addio // all`ombra di luna mansueta // che consegnò l`eterno silenzio //...agli ulivi...” IL SILENZIO DEGLI ULIVI di michael santhers Càpita, quando il tempo rimane solo una idea dello scorrere della vita o uno specchio che ti ritorna la tua immagine al di là del tempo, di cercare “un ritrovarsi” con chi conoscevi da vicino come se in una parentesi del tempo trascorso ci si fosse persi e poi all’improvviso ritrovati: sguardi dimenticati negli anfratti delle pietre e che improvvisamente ti ritornano come gesti di dolcezza saporiti come il pane quotidiano. Càpita, che nelle notti del “cerchio di luna” che ti avvolge nello splendore del suo vestito argenteo, quando le stelle sembrano piovere dal cielo e le luci dei fuochi d’artificio sul mare lo accrescono di nuovi colori, di incamminarti in solitudine nel “Paese”attraverso le viuzze strette e vestite sui balconi di garofani e begonie ed oltrepassare la porta dei sogni per guarire quelle dannate nostalgie anche se fatte di aria e di vento. Il mio amato “Paese” io lo ricordo immerso sempre nella luce del sole. Anche dopo una notte di pioggia, è la luce la prima cosa che ti colpisce di questo agglomerato di case abitate ormai da poche anime: una luce intensa, limpida, che fa bene ad un cuore gonfio di tristezza. E con lei ti fa compagnia il tepore dell’aria, l’odore del mare, portato in alto da carezze di vento leggero e un profumo di mimosa portato dalle fronde degli ulivi saraceni che sembrano voler abbracciare le sue case coi loro rami argentei ….”Di fremiti d’olivi,di sguardi di girasoli…( E.Montale)”. La luce declinante del tramonto, la campagna distesa nel silenzio, una malinconia persa lungo l’estremo filo dell’orizzonte mi spingono una sera d’autunno, la stagione più spirituale dell’anno, a cercare il mio “Santo Graal” tra quelle antiche case, depositarie un tempo di saperi e rituali popolari. E quella sera mentre sostavo su uno di quei gradini di pietra... del mio “vicinanze” …ho ascoltato le note della mia giovinezza trascorsa…su quelle piazzette affascinanti…percorsi nascosti la cui bellezza veniva percepita, a volte, più nei suoni della notte che nella rapidità e nel fuggire del giorno… mentre percorrevo quelle vie le parole risuonavano ancora nell’aria…echeggiavano da una casa all’altra, …promessa d’amore… incanto…desiderio… dolce suono di un nome… attesa di una carezza tanto desiderata…speranza di un infinito domani …insieme a Lei... emozione di un incontro… lontano nel tempo, vicino nella memoria…ahi quanto vicino. Ad una svolta di un vicolo discreto nella sua bellezza, con una pietra di granito che si incastona nella base della “macina “ ti accoglie nel suo vestito più bello per incantarti coi suoi meccanismi il “ trappeto” di cinquelibbri. Luogo di memorie, di tradizioni antiche, di passione per la terra che dà se tu le dai. Nella penombra dell’ ampio locale ti ritorna la tua e la sua storia nel sapore che ti si scioglie dentro perché l’olio che sa di oliva di Broglio, è fruscìo di foglie, lieve peso che cade sulla terra, mano di donna vestita perennemente di nero e mano d’uomo forte a raccogliere ora dopo ora perché non bisogna mai lasciarle troppo a contatto della terra le olive... e sapore di filo d’olio d’oliva sul pane, impastato dalle cadenze del tempo, di “Rapascale “ e l’odore intenso della pasta abbracciata tra i “ fiscoli “…un profumo antico che ricorda quello delle olive accantonate nei “jusi”…l’olio cantò con murmure sommesso // un acre odore vaporò per tutto… ( G. Pascoli).
Ti accoglierà il sorriso di tutte le “ Antoniette ” che coi loro asini hanno portato negli anni centinaia di sacchi di olive per versarle in quella grande macina del frantoio oleario, circondata dal solco d`erosione scavato dal quotidiano calpestio del mulo che trainava la leva di rotazione della macina: di fronte una pressa in legno azionata dalla forza delle braccia. I tempi di lavorazione allora erano molto lunghi e quindi si dovevano ammucchiare le olive raccolte sul selciato davanti al frantoio in attesa di essere frante. Ah! Ah!.Ah! gridava ‘u bànarm di zij ‘Ntonio cinquelibbri al suo asino che con tenacia e pazienza faceva girare la grossa macina di pietra dall’alba al tramonto e che ormai mostrava segni di stanchezza. Quello del frantoio era un lavoro pesante, ma in tempi di ristrettezze questo sacrificio così faticoso veniva accettato con tutta la forza del proprio animo, perché la famiglia era numerosa e le bocche da sfamare erano tante. Questo lavoro andava avanti ininterrottamente solo per quattro mesi :da novembre a febbraio e serviva almeno par questo periodo ad allontanare lo spettro della fame e della miseria. E così l`uomo maturo e realizzato sogna e nel sogno torna ragazzo e cammina assorto tra i tortuosi vicoli del suo paese dipanando i suoi pensieri. Nel silenzio, quasi religioso, fra queste mura e queste stradine, quasi vuole cogliere gli echi di una vita lontana, i profumi e i colori di un tempo, il brusio e i palpiti delle voci di volti ignoti e lontani. Ad un tratto rallenta il passo e guarda in avanti, ed infine tende l`orecchio per sentire l`antico rumore di macina e l`odoroso profumo della “sanza”, illuminato dal tenue fulgore delle prime luci dell`alba. Dopo alcuni passi l`uomo sbocca in una strada ancora più stretta, ai cui lati si apre un grande arco d`entrata: “ `u spurt` “; ed è così che all`improvviso un rumore fervido di voci, di grida, di bestemmie si fa più prossimo. Il ragazzo-uomo fa ancora qualche passo e poi al suo sguardo pieno di stupore si presenta uno spettacolo affascinante ”`U trappit`” .Quella mattina accanto al fuoco ravvivato ogni tanto da una manata di “ sanza” per attenuare il freddo pungente, tra nuvole di fumo acido e di trinciato forte c`era il padrone zi `ntonio `i cinquelibbr` ed un gruppo di contadini che mentre aspettavano la crescita dell`olio discutevano dell`annata scarsa, della loro miseria mentre i più giovani facevano progetti di partenza per l’Argentina. Infatti la terra dei padri non bastava più perché a furia delle divisioni per eredità tra i figli erano diventate come fazzoletti, terre per lo più aride, piene di sassi, scoscese,coltivate con disperazione e guardate ormai come doloroso ricordo di fatica e miseria. A mano a mano che albeggiava vedevo arrivare sempre nuovi contadini dai vicoli,carichi di sacchi di olive o sulle spalle o su quelle degli asini con aria comunque giuliva ed ansiosa quasi temessero di arrivare tardi ad una festa da tempo promessa e così il gruppo s`infoltiva mentre si udiva il rumore dei ferri di cavallo sulle pietre confondersi a quelle delle scarpe chiodate con i “salvapunte” che uscivano ed entravano dal “trappeto” confondersi con il cigolio della macina di pietre che continuava a schiacciare le olive. Dai piani superiori intanto si diffondeva una bellissima melodia intonata dalla figlia del padrone che mentre tesseva, filava e ricamava il suo corredo di sposa cantava piano sempre la stessa canzone che il fidanzato durante le feste comandate le portava come serenata d’amore sotto la sua finestra: ”…Quando la sera mi ritiro dalla campagna // e scendo per il vicolo scuro // trovo Nina mia che si fa bella il capo pettinandosi le sue bellissime trecce nere…” Intanto qualcuno tra i più vecchi raccontava ai più giovani i disastri della piena del saraceno che in quell’anno di piogge intense e violente aveva rotto gli argini della “riga” inondando i giardini facendo perdere quell’anno la “rennìta”. “ Lungo i bivi della tua strada, pensai, incontri tante altre vite, conoscerle o non conoscerle, viverle a fondo o lasciarle perdere, dipende soltanto dalla scelta che fai in un attimo; anche se non lo sai, tra proseguire dritto o deviare, spesso si gioca la tua esistenza e quella di chi ti sta vicino”. E cosi mi fermai ad ascoltare i discorsi di quegli uomini forti che parlavano delle loro distese di olivi, quasi figure umane raccolte in preghiera, “austeri, simili a tanti frati francescani che se ne stanno a digiuno per penitenza”. E in un quadro di devozione esasperata i loro oliveti raccontano come pagine di un libro che sfogliano come grani di un rosario in una novena, astinenze e digiuni, malocchi ed esorcismi, sofferenze e dolori sopportati in una vita, ma anche la capacità incredibile di risollevarsi e tornare a vivere, lasciarsi guarire dalle loro miserie accendendo nelle loro case l’olio benedetto delle lampade votive. Riuscire a dare negli anni all’olio il suo valore taumaturgico, di balsamo divino che racchiude l’essenza positiva del creato e ti nutre l’animo facendoti trovare la gioia nelle piccole cose della vita , a provare stupore e incanto per tutto ciò che l`attraversa, un volto, un fiore, un profumo, un paesaggio. Dalla scranna antica che il lungo uso aveva sfondato e sbiadito si alzò per venirmi incontro. “ Chi sei?, qual è il tuo nome? Di chi sei figlio?” . “Mi chiamo “SCEPP’”, sono il figlio di questa terra che tra le pagine e le cuciture dei suoi libri custodisce nell’eternità le spoglie dei volti di tutti coloro spremuti in cielo insieme alla fioritura dei loro oliveti. ” Mi ricordo di te, eri un ragazzo bruno, magro, con occhi neri, intelligenti e pieni di tristezza, coi capelli neri, arruffati e sempre un libro in mano. Ricordi? Venivi a bagnare la “ fella russa” nell’olio del mio trappeto ed un giorno ti dissi: “Vivi per te stesso e per le persone che amerai, vivi per il tuo sogno e non dimenticarlo mai”. “….Oh Il sapore del pane... se tu ne osservi la scorza, fili di cenere la percorrono... il comignolo del forno, il suo fumo denso sui tetti di tegole e canne, ti indicherà la strada della vita….perché è buono e caldo il profumo del pane…profumo di case e di silenzi, ma anche di chiacchierio , negli angoli dei vicoli bui, lì dove t’osservano sguardi di anziani, ognuno accanto alla sua storia, alla sua chiesa (… dove tanti anni fa occhi negli occhi, sguardi negli sguardi ci si innamorava e ci si prometteva per sempre intessendo capitoli di discorsi muti…), alla sua cantina o all’ombra dei suoi anni e delle sue fatiche… Dalla macina al “ fiscolo ” l’olio colore del grano e del sole…un filo d’olio buono, morbido e tenero sulla “ fella russa “, raccolto “cuppu “ dopo “ cuppu “ dalle mani pazienti di ‘zij ‘Ntonio, cinquelibbri...i contadini lo “crescevano” che ancora odorava di vento; tanto olio quanto bastava a passare l’inverno, a rompere la monotonia d’una sera di pioggia, a mandarlo ai figli lontani per sognare con il suo profumo ed il suo sapore su una “fresa “ il caldo di casa…” - Ho cercato sempre di farlo, ma un giorno la forza che teneva stretto quel sogno per un destino crudele mi ha abbandonato. Così quel sogno mi è sfuggito, ha lasciato solo le sue ceneri nel mio cuore e a volte, nelle notti più buie – quelle più tristi e solitarie – torna a farmi compagnia, per qualche attimo, qualche secondo; poi sparisce, lasciandomi addosso solo angoscia e inquietudine. - Sospiro e mentre mi allontano da quel luogo sacro, per rimettermi in cammino sulle strade della vita, mi vengono in mente i giorni d’estate della mia infanzia, quell’odore di campagna dove le rose ed i mandorli in fiore ti incantavano al tramonto, di libertà primitiva, quelle note di musica e di parole e di serenate notturne diffuse da vecchi grammofoni. Sì l’eterno sta nella capacità di tenere vivo un attimo di orizzonte, un respiro ,un’attesa, un luogo ,un sogno prima che il tempo disperda tutto. “ Le voci degli ulivi e la magia della terra”: odori e sapori della civiltà contadina.
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